Quando il disagio parla: ascoltare la bambina interiore invece di zittirla
- Dott.ssa Maddalena Boscaro
- 8 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Tristezza, ansia, vergogna e blocchi non sono difetti.
Sono messaggi.
C’è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui qualcosa dentro di noi comincia a parlare.
Non con le parole, ma con i sintomi.
Tristezza improvvisa.
Paura senza motivo.
Vergogna per quello che siamo.
Senso di colpa anche quando non abbiamo fatto nulla di sbagliato.
Ansia che arriva quando stiamo per fare qualcosa di importante.
Panico che ci toglie il fiato proprio quando tutto sembrava andare bene.
Blocchi che ci impediscono di iniziare o di concludere ciò che desideriamo.
Evitamento sociale: “Non ce la faccio, non voglio vedere nessuno.”
A volte pensiamo:
“Sono io che non vado bene.”
“Perché non riesco a essere normale?”
“Perché tutti ce la fanno e io no?”
E allora proviamo a controllarci, a zittirci, a funzionare.
Ma quel disagio non se ne va.
Perché non è lì per disturbarci.
È lì per comunicarci qualcosa.
🌿 Il sintomo è una voce
La psicologia umanistica, la psicoanalisi e anche la Compassion Focused Therapy concordano su un punto fondamentale:
Il sintomo non è il problema.
Il sintomo è il messaggero.
Il problema è che vogliamo eliminarlo senza ascoltarlo.
Come se avessimo un bambino davanti che piange disperato e noi, invece di prenderlo in braccio, gli dicessimo:
“Smettila. Mi stai dando fastidio.”
Il bambino cosa fa?
Piange più forte.
Il sintomo fa la stessa cosa.
Il bambino interiore parla attraverso ciò che ci blocca
Il nostro bambino interiore non ha un vocabolario sofisticato.
Ha sensazioni.
Quando oggi proviamo paura di sbagliare, spesso è quella bambina che un tempo ha imparato che l’errore non era permesso.
Quando arriva la vergogna, non è fragilità:
è memoria.
Quando ci sentiamo in colpa per aver detto “no”, non è debolezza:
è adattamento.
Se il corpo si blocca prima di un esame, un colloquio, una decisione importante, non è sabotaggio:
è protezione.
È il modo in cui una parte di noi dice:“Per favore, non farmi rivivere quel dolore.”
E cosa facciamo noi?
Ci arrabbiamo.
“Perché sono così sensibile?”“Perché sto male ancora per questa cosa?”“Perché non riesco a superarla?”
Litighiamo con noi stessi per una ferita che non abbiamo scelto.
A quella parte più fragile diciamo, senza accorgercene:
“Stai zitta.”
“Non disturbare.”
“Devi essere forte.”
È lo stesso messaggio che ha ricevuto quando era piccola.
Mettiamo un carico da 40 su un dolore che chiedeva solo ascolto.
💛 Il disagio non va tolto. Va interrogato.
Il nostro compito non è zittire il sintomo, ma chiedergli:
“Cosa stai cercando di dirmi?”
Perché il disagio è una soglia.
Una porta.
La tristezza dice:
“Sei sola da troppo tempo.”
La vergogna dice:
“Ho paura che, se mi mostro, mi rifiuterai.”
L’ansia dice:
“Per favore, vai piano.”
Il blocco dice:
“Mi sto proteggendo da qualcosa che fa paura.”
Non c’è nulla da eliminare.
C’è da accogliere.
Come iniziare a cambiare
La prossima volta che senti un sintomo, prova questo piccolo gesto:
Metti una mano sul petto.
Fai un respiro lento.
Rivolgiti a quella parte dentro di te (sì, proprio così):
“Ti vedo. Sono qui. Dimmi cosa hai bisogno.”
Non serve capire tutto.
Serve restare.
La guarigione non avviene quando elimini il disagio,
ma quando smetti di combattere contro di te.
Non devi essere normale.
Devi essere ascoltata.
La parte che ti blocca non è contro di te.
Sta solo chiedendo di non essere abbandonata di nuovo.
✏️ Mini-esercizio: Tre minuti per ascoltare il sintomo
Non devi togliere il disagio. Devi tradurlo.
Quando senti ansia, blocco, tristezza o quel senso di vergogna che non capisci… fermati un attimo e prova questo:
1. Metti una mano sul petto o sulla pancia
Scegli il punto in cui senti più tensione.
Respira lentamente.
Questo non è per calmarti.
È per farti compagnia.
2. Chiedi al sintomo: “Di cosa stai cercando di proteggermi?”
Non: “Perché mi stai bloccando?”
Ma: “Da cosa stai cercando di salvarmi?”
Il corpo risponde con sensazioni, non con parole.
Puoi ricevere:
un’immagine,
un ricordo,
una frase,
o solo una sensazione.
Tutto è valido.
3. Parla al bambino interiore, non al sintomo
Porta dentro di te queste parole (puoi anche sussurrarle):
“Non ti lascio da solə.Sono qui.Puoi sentire quello che senti.”
Non lo stai obbligando a smettere.
Lo stai accompagnando.
✨ Il criterio per capire se l’esercizio sta funzionando
Non deve sparire l’ansia.
Non deve sparire la tristezza.
Ma qualcosa dentro di te dovrebbe ammorbidirsi.
Una piccola tregua.
Una piccola apertura.
Un piccolo respiro dove prima c’era solo tensione.
Il sintomo non chiede di essere eliminato.
Chiede di non essere lasciato solo.
Se vuoi continuare ad esplorare il tuo mondo interiore, contattami.


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